Passare il 31 a casa, in silenzio, non è tristezza.
È ascolto. Viviamo in un tempo che associa il benessere al rumore, alla presenza, al “fare qualcosa”.
Ma non tutte le persone chiudono un anno nello stesso modo, e non tutti hanno bisogno di stimoli e socialità per stare bene.
A volte fermarsi è una scelta sana.
Non è scappare, non è rinunciare.
Restare a casa, mangiare ciò che conforta, guardare qualcosa di familiare, spegnere il confronto continuo con gli altri non significa perdersi qualcosa.
Significa creare uno spazio in cui sentirsi al sicuro.
Il riposo non è debolezza.
La solitudine scelta non è fallimento.
È un modo per ricaricarsi, per rimettersi in contatto con sé dopo un periodo pieno di richieste.
Molti accoglieranno il nuovo anno in mezzo alle persone,
altri lo faranno rallentando, chi nel calore di pochi amici e/o familiari, chi restando solo. Sono tutte possibilità positive e sane, se rispondono a ciò di cui si ha davvero bisogno.
La tranquillità non va spiegata.
Il benessere non ha bisogno di essere mostrato.
Normalizzare queste scelte significa normalizzare la cura di sé:
accettare che non esiste un solo modo “giusto” di stare bene.
E tu, in questo momento della tua vita,
di cosa hai davvero bisogno per sentirti rispettato?
Che il 2026 possa essere un anno vissuto con più ascolto,
più rispetto dei propri bisogni
e meno doveri verso aspettative che non ci appartengono.

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